Grecia, dal catamarano col maltempo, sempre meraviglioso 1 marzo 2017

Grecia, dal catamarano col maltempo, mare sempre meraviglioso 1 marzo 2017

Roma, 4 mar – Conchiglie, semi e frutta al posto delle note e temute ‘microplastiche’ (microbeads) inquinanti contenute in alcuni prodotti di bellezza. Patate, grano e zucchero invece della plastica usata per i flaconi che contengono i belletti. Così saranno i prodotti di bellezza del futuro? Ci libereremo del tutto dei temuti polimeri, cioè della plastica in forma micro o maxi che inquina l’ambiente?  L’allarme sull’ uso di polimeri nei prodotti di bellezza e che si ritrovano frantumati in pezzi minuscoli nei nostri mari, è oramai noto e le imprese stanno adottando provvedimenti intelligenti per interromperne l’impiego. Ma la plastica è soprattutto ‘fuori’. Sono di plastica i flaconi, i tubi, le scatoline e gli accessori. E’ fatta di plastica la pellicola trasparente che sigilla le confezioni e così via. L’uso di materiali alternativi e non  inquinanti è nelle fasi iniziali. Imprenditori e studiosi dicono che la plastica vice ancora perché più  versatile e duratura  rispetto agli altri materiali e, cosa non di poco conto, costa meno. Vediamo a che punto siamo, prima per le microbeads e, a seguire, sul fronte delle confezioni:

Appena pescate (e poi gustate) a Poros, Grecia marzo 2017

Appena pescate (e poi gustate) a Poros, Grecia marzo 2017

Sulle microplastiche si sono fatti passi importanti: Produciamo e consumiamo globalmente 280 milioni di tonnellate di plastica all’anno e si stima che siano almeno 10 milioni i residui (microbeads) che galleggiano negli oceani. Di questi, all’incirca 4.369 tonnellate dovrebbero essere quelle che derivano dai cosmetici dei paesi europei. La stima, relativa all’anno 2015 e basata su dati di mercato, l’hanno fatta gli stessi ricercatori delle principali case cosmetiche, fra le quali Unilever, Kao, Alliance Boots, Procter & Gamble,  Biersdorf e L’Oreal, capitanate dall’associazione Cosmetics Europe. “Il contributo delle microplastiche rilasciate nei mari del Nord da parte delle industrie beauty  va dallo 0,1 all’ 1,5% del totale, una minima parte rispetto al totale che viene da altri materiali plastici  rilasciati nell’ambiente,” segnalano gli esperti.

Grecia, porticciolo a marzo 2017

Grecia, porticciolo a marzo 2017

“Il tema delle microplastiche è sotto i riflettori – sottolinea Gian Andrea Positano, direttore del Centro Studi di Cosmetica Italia. - Le industrie vogliono eliminarle e stanno già impiegando sostanze naturali alternative, come le polveri che si ricavano da minerali, gherigli, semi e frutta. Il 70% dei cosmetici inglesi, ad esempio, già non contiene più le microbeads, gli Stati Uniti devono bandirle entro questo anno e la Francia si è posta come deadline l’inizio del 2018. L’associazione Cosmetics Europe, che rappresenta le industrie del settore che operano in Europa, raccomanda di eliminarle del tutto entro il 2020”.

Passiamo alle ‘confezioni in platica’: l’Italia supera gli altri paesi, a livello mondiale, per un uso inferiore di materiali di sintesi e un maggiore impiego di vetro e carta per confezionare i prodotti di bellezza ma l’uso dei polimeri di sintesi dilaga. Spiega Paola Perugini, professore associato e coordinatore del master in scienze cosmetologiche  all’università di Pavia: “I materiali normalmente utilizzati come packaging cosmetico sono di origine petrolchimica e sono il polyethylene terephthalate (PET), il polyvinylchloride (PVC), il polyethylene (PE), il polypropylene (PP), il polystyrene (PS) e polyamide (PA). Per diminuire l’impatto sull’ambiente oggi si studiano e si impiegano nuovi polietileni ‘green’ per farne confezioni di prodotti beauty come i “biobased polymers”, ovvero materiali polimerici esistenti in natura, ma anche sostanze naturali che hanno subito polimerizzazione in materiali ad elevato peso molecolare mediante metodi chimici e/o biologici. I materiali sono definiti ‘biobased’ o da risorse rinnovabili quando contengono un minimo del 20% in peso di ingredienti vegetali. Sono ad esempio l’acido polilattico (PLA) e i poliidrossialcanoati (PHA). La principale caratteristica di questi materiali è quella di poter essere prodotti naturalmente o sintetizzati da fonti rinnovabili, come, ad esempio, amido e zuccheri”.

Precisa Perugini: “L’interesse verso questi polimeri come materiali di confezionamento è cresciuto nel corso degli anni poiché presentano proprietà meccaniche che assomigliano a quelle dei materiali termoplastici comunemente utilizzati per il packaging, quali PE, PP, PS”.

Va  ricordato che il termine ‘biobased’ non vuol dire per forza biodegradabile. Biobased si limita ad indicare la fonte di ottenimento che, se di fonte naturale, può ridurre l’inquinamento. Un esempio di biobased è  il polietilene da canna da zucchero. Questo tipo di polimero riduce le emissioni di CO2  e, anche se come il PE tradizionale non è biodegradabile,  è ritenuto biobased”.

“Biodegradabile indica che il materiale si disfa in elementi semplici, (CO2 e acqua) che possono essere naturalmente riutilizzati dalla natura, quindi non creano rifiuti. Esempio di quest’ultimo caso è il PLA, acido polilattico  che rappresenta un caso di polimero sia biodegradabile che biobased” sottolinea la studiosa. “I polimeri biobased possono essere classificati in base alla loro origine e così la produzione di polimeri prodotti mediante sintesi chimica classica usando monomeri a base biologica rinnovabili, per esempio l’acido polilattico, prodotto mediante fermentazione della materia prima dei carboidrati. Polimeri direttamente estratti o rimossi da biomassa, per esempio, polisaccaridi come l’amido e la cellulosa, e proteine come caseina e glutine. Alcuni di questi derivano da patate, grano, riso ma ci sono anche i polimeri ottenuti da microorganismi o da batteri geneticamente modificati, come l’ acido polilattico”.

Meno inquinanti o a impatto zero sull’ambiente, i materiali alternativi, ma ancora poco usati.

Un fatto è però certo, il nostro contributo può fare la differenza. La plastica c’è e ne usiamo a tonnellate e ne vediamo sempre di più sulle spiagge, per strada, nei giardinetti del quartiere, in mezzo al mare mentre ci nuotiamo allegramente. Non si può far finta di nulla.

Iniziamo ad agire così: raccolta differenziata cosmetici

a) Gettiamo tubi, buste, scatoline, barattoli dei prodotti di bellezza terminati nei contenitori  per la raccolta differenziata, così come indicato dal proprio comune di domicilio. I contenitori primari, come tubi e vasetti, vanno sciacquati prima di gettarli.

b) Prendiamo in considerazione i prodotti ‘refill’, da ricaricare nei punti vendita attrezzati oppure comprandoli online. Oggi è possibile ricaricare shampoo, bagni schiuma, creme, lipstick, cialde di ombretti, ciprie  e perfino eyeliner e deodoranti. Si può anche scegliere di ricaricare bottiglie di vetro decorate, di design o come più ci piacciono.

c) Nota dolente: spesso le confezioni sono di multi-materiali ‘assemblati’ e di diversa origine. Strategia pessima seppure i contenitori risultino più eleganti e probabilmente più resistenti. Le imprese dovrebbero smettarla di complicare così la vita…la vera fatica è infatti quella di separarne le parti e gettarle in contenitori diversi. L’impresa è davvero ardua, lo ammetto (spesso impossibile) ma in attesa che le ditte produttrici smettano di farci questi brutti scherzi proviamo a separare, usando anche le forbici se necessario.

d) Mandatemi consigli e suggerimenti su eventuali confezioni ‘rognose’ o segreti di riciclo originali, li aggiungerò volentieri. E li trasmetterò alle industrie.

Ne ho scritto anche su La Repubblica: https://goo.gl/5O7hkq