La perfezione. L’idea che per arrivare alla piena soddisfazione, nella vita e con se stessi, manchi sempre qualcosa, è caratteristica molto femminile. Per colmare questa carenza si può, alle volte, ricorrere alla chirurgia estetica ritenendola un aiuto esterno che, però, può comportare uno sconvolgimento totale e radicale di noi stessi.

La speranza di perfezione che accomuna moltissime donne (direi tutte sogniamo di esserlo per retaggi storici e questioni di educazione in famiglia) però, se posta in questi termini, viene puntualmente disattesa ed è altissimo il rischio che possa affogare nel rimpianto.

Di tale speranza mal riposta e della storia di una ragazza che aveva tutto, ma che desiderava un seno perfetto come quello della sua migliore amica, ci parla Valentina Ghetti, straordinaria attrice e autrice del monologo ‘La Gabbia di carne’, da lei scritto e interpretato con la drammaturgia e la regia di Luca Gaeta. Il debutto stasera nel piccolissimo Teatrosophia di via della vetrina 7, teatro-grotta brulicante di gente, in uno dei vicoli più belli di Roma, zona campo de fiori.

I danni dell’uso del bisturi per raggiungere la perfezione sono così per la prima volta rappresentati in un teatro e il progetto sorprende per originalità e forza nella denuncia. Mi spiega Valentina, che conosco come bravissima attrice e giovane donna fortissima: “Quel desiderio sarà l’inizio di un vero e proprio calvario, fatto di operazioni continue che la faranno scivolare in un limbo di insoddisfazione e rimpianti. Lei era già perfetta, innocente e pura. Desiderare qualcosa di diverso l’ha trasformata in un vuoto simulacro della persona che avrebbe potuto essere. Poteva essere tutto, una farfalla innocente. Adesso di lei esiste solo un buco vuoto e pieno di veleno”.
Un monologo originale, toccante e fitto di verità mista a emozioni che vuole far riflettere sull’importanza di essere sempre se stessi; di non lasciarsi condizionare da uno standard che non ci appartiene.

Ha scritto la critica Flavia Zarba su Teatro.org: “Più in generale si tratta della storia di una società dell’immagine che ci vuole tutti belli, tutti perfetti fuori e lascia dentro noi le imperfezione dell’essere. Uno spettacolo tutto introspettivo che concentra, con un intenso monologo, l’attenzione sul perché molte donne non riescano ad accettarsi per quel che sono ed esigano dal proprio corpo e dal proprio essere un altro io.”