Il sole picchia in buona parte della penisola. Abbiamo già temperature da record nelle città del centro Italia e del sud e i weekend si ritorna in spiaggia, complice la zona gialla sparsa in tutte le regioni. Questo è il momento di usare gli schermi solari in crema, olio, stick per le zone delicate o spray. L’offerta è vasta ma quanto inquinano questi prodotti? Online se ne dibatte moltissimo e ci sono paesi, come la Florida, Palau, Hawaii e Caraibi che nel 2020 e nel 2021 hanno vietato l’uso di quelli che contengono alcuni schermi ritenuti tossici per l’ambiente marino. 

Una analisi interessante e piena di informazioni utili l’ha pubblicata in questi giorni l’autorevole editore di riviste tecnico scientifiche nel campo della chimica, Teknoscienze, dove si legge che ” i più studiati sono due filtri organici Oxybenzone e Octinoxate, che sono anche i filtri che hanno dato il maggior numero di risultati negativi sul corallo per i danni da sbiancamento. L’esposizione a queste sostanze mette in condizioni di stress le alghe zooxantelle, simbionti del corallo, che tendono ad abbandonarlo provocandone la morte. Tale tossicità è stata studiata soprattutto in acuto e saranno necessari più studi sulle esposizioni croniche tipiche delle zone in cui il turismo balneare prosegue per tutto l’anno.

Inoltre, pur con differenze, altri filtri organici mostrano una tossicità sui coralli e per gli organismi marini e anche i filtri inorganici hanno effetti dannosi. Per questi ultimi, la tossicità si esprime a causa del potere ossidante e della formazione di perossido di idrogeno nelle acque in cui vengono rilasciati, effetto che riesce ad essere parzialmente limitato attraverso il rivestimento dei filtri fisici. La tendenza al bioaccumulo è un altro problema dei filtri solari, sia organici che inorganici, dimostrata in diversi organismi marini fra cui le meduse. Per i filtri particolati di ultima generazione, avendo dimensioni molecolari maggiori, ci si attende un miglior profilo di tossicità. È tuttavia un tema da verificare, non essendo ancora stati studiati in modo approfondito“.

A fronte di tali sospetti non pare corrispondere però un cambio di marcia da parte dei produttori di schermi solari che, in modo del tutto volontario, stanno prendendo strade anche originali in nome di un maggiore rispetto per l’ambiente. C’è chi punta ad usare filtri naturali, chi effettua test di biodegradabilità, chi dichiara di essere ‘ocean friendly’ mentre ci vorrebbe un approccio ambientalista comune, sostenuto da dati e ricerche mirate.

Scrive infatti Laura Busata, cosmetics R&D Senior Specialist che firma lo speciale su Teknoscienze, versione digitale: “Vista la carenza di test ufficiali e di normative specifiche, c’è il rischio che prenda il via la corsa delle aziende al prodotto più sostenibile per l’ecosistema marino, senza però avere a disposizione gli strumenti per provarlo scientificamente. Uno degli errori più comuni è quello di associare la bassa tossicità acquatica al grado di naturalità o alla biodegradabilità del prodotto, fatto presente in primo luogo, che non esiste ad oggi un test di biodegradabilità su prodotto finito”.

La naturalità e la biodegradabilità degli ingredienti di un solare eliminano il problema dell’impatto ambientale?

Si legge nel focus di Teknoscienze che ‘un composto biodegradabile può essere tossico o pericoloso per l’ambiente e gli ecosistemi naturali sia prima, sia durante, sia dopo il processo di degradazione e la stessa cosa vale per un prodotto certificato biologico o naturale. Dichiarare quindi la percentuale di biodegradabilità sull’etichetta di un prodotto solare, non ci dà informazioni sugli effetti che esso avrà una volta a contatto con l’ambiente marino e i suoi organismi’.

“Al posto di focalizzarsi sul singolo claim da dichiarare o bollino da applicare sul prodotto, – scrive Busata, – è importante che le aziende cambino radicalmente direzione verso un approccio sostenibile a tutto tondo. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso specifici strumenti, ovvero gli standard internazionali relativi alla gestione ambientale”.

La buona volontà dei brand è senza dubbio da premiare, così come le numerose iniziative intraprese dai produttori in attesa che si avviino azioni forti e univoche per rendere questo nuovo trend dei solari ‘amici dell’ambiente’ il più possibile sostenuto da prove solide e studi che valutino l’impatto ambientale di tutti i prodotti finiti contenenti filtri solari oltre che delle regole mirate sui claims e gli spot in modo che siano veritieri e autorevoli.

A chi volesse approfondire raccomando la lettura dell’articolo originale (la mia fonte per questo focus) che trovate qui