Un rapporto della National Academy of Sciences americana fa luce sul rischio che tracce di creme e spray solari dispersi nei mari possano provocare sulla fauna marina. La rassegna provoca la reazione di dermatologi e industrie. Atavico problema, soluzioni ancora in alto mare? Ecco cosa sta succedendo

Quanto la fauna marina è in pericolo per i residui di filtri solari dispersi dall’uomo nel mare? 

Roma, 19 ago – La National academies of sciences, engineering and medicine* americana è appena ritornata sul tema della sicurezza dell’uso dei filtri solari rispetto all’ambiente facendo un appello alle istituzioni affinché si occupino del problema, finalmente. Le ricerche che attestano il rischio delle creme e degli spray solari dispersi nelle acque dei mari, dei laghi e delle piscine ricreative sulla vita degli ecosistemi e sulla nostra salute aumentano ma non bastano a far cambiare rotta ai produttori e a suggerire nuovi comportamenti alla popolazione nell’uso di questi prodotti.

Insomma, i filtri solari inquinano oppure no i mari di tutto il mondo? L’accademia ha realizzato una corposa review in cui si capisce che seppure le ricerche ci siano non bastano ancora e chiede ora alla Environmental Protection Agency americana di “condurre una valutazione del rischio ecologico dei filtri ultravioletti (UV), i principio attivi utilizzati nelle creme solari,”. La stessa accademia delle scienze evidenza come “gli ecosistemi acquatici e le specie potenzialmente in via di estinzione sono esposti a questi filtri UV” e che “data l’importanza di questi ingredienti nella prevenzione del cancro della pelle e delle scottature solari, quando il fattore di protezione supera i 30 SPF, questa valutazione è comunque divenuta urgente e dovrebbe essere condivisa con la Food and Drug Administration per una supervisione dei filtri UV autorizzati ad oggi”.

Si parla da tempo di tracce di creme e spray di protezione solare sparsi nei mari dai bagnanti e l’accademia precisa che “I  filtri UV utilizzati nella protezione solare sono stati trovati in numerosi ambienti acquatici e nell’acqua, nei sedimenti e nei tessuti animali”. Il report si concentra sui 17 filtri UV utilizzati negli Stati Uniti ma nei mari del mondo le sostanze disperse chissà da dove arrivano.

Dicono gli autori che le valutazioni del rischio ecologico che si svolgono oggi confrontano a monte la concentrazione alla quale si prevede che si verifichi l’esposizione a una sostanza chimica con la ricerca sulla sua tossicità, definendo le impostazioni e le condizioni particolari in cui un fattore di stress ambientale potrebbe causare impatti ecologici. Il rischio ambientale dei filtri UV è complesso, a causa della variabilità tra filtri, ambienti, concentrazioni di filtri e sensibilità delle specie esposte.

Il cambio di passo deve partire perfino da come tali indagini vengono organizzate:  “Poiché i prodotti spesso contengono una combinazione di più filtri UV, la valutazione del rischio ecologico dovrebbe esaminare l’impatto dei filtri UV non solo singolarmente, ma anche quando mescolati insieme” indicano gli autori del report che inviano le istituzioni a fare prelevi in prossimità delle barriere coralline nei fondati più bassi e più frequentati dai turisti, così come in prossimità delle acque reflue e di acqua dolce, incluse quelle delle piscine.

Qui dunque il problema: sospetti, ricerche valide ma circoscritte, alcune limitate (e anche criticate per questo dai produttori), ipotesi ancora da confermare, studi fatti solo sui principi attivi e in laboratorio e non ‘dal vivo’ eccetera .. ecco che una risposta chiara no c’è. Per questo Charles A. Menzie, ex direttore esecutivo della Society of Environmental Toxicology and Chemistry, preside di Exponent Inc. e presidente del comitato dell’Accademia delle Scienze che ha redatto il report sottolinea che “una valutazione del rischio ecologico aiuterà a unire gli sforzi per comprendere gli impatti ambientali dei filtri UV e potenzialmente a chiarire un percorso da seguire per la gestione di questi prodotti”.

Insomma, una volta fatte indagini ufficiali, si avranno più informazioni sul rapporto con l’ambiente e la salute umana e così “le istituzioni, le agenzie federali e le industrie dovrebbero finanziare e portare avanti la ricerca per colmare queste lacune informative” dice Menzie .

Il rapporto ha provocato immediate reazioni sia da parte dei dermatologi americani che lo appoggiano e, ricordando quanto sia importante non rinunciare all’uso degli schermi solari per la prevenzione dei tumori cutanei, invitano le istituzioni a fare di più e meglio per chiarirne la sicurezza.

Pronta la reazione dell’associazione dei produttori di schermi solari statunitensi , il Personal Care Products Council (PCPC) che, in uno statement pubblicato i gironi scorsi, ha accolto con favore la revisione approfondita e completa della National Academy of Sciences chiedendo anche loro alla US Environmental Protection Agency (EPA) di “condurre una valutazione del rischio ambientale per caratterizzare i possibili rischi per gli ecosistemi acquatici e le specie che vivono al loro interno, compreso il corallo. Il nuovo report ha individuato le lacune informative e le priorità di ricerca necessarie per definire un approccio graduale alla valutazione, – dicono gli industriali americani, – Attualmente non ci sono dati scientifici pertinenti e affidabili sufficienti per condurre valutazioni del rischio realistici”.

Atavico problema che si ripresenta in molti ambiti industriali. Insomma: la scienza non ha ancora risposto in modo definitivo alla questione, se i sospetti e le prove effettuate fino ad oggi non bastano a farci cambiare rotta. Se le istituzioni, non solo americane ma di tutti i paesi, non penseranno a ‘riordinare’ la questione a me sembra un po’ un ‘gioco a rimpiattino’ , come si dice.

* La National Academies of Science, Engineering and Medicine riunisce istituzioni di ricerca senza scopo di lucro che forniscono analisi e consulenza indipendenti per affrontare problemi complessi e informare le decisioni di politica pubblica relative a scienza, tecnologia e medicina. L’Accademia opera in base a uno statuto del Congresso del 1863 per la National Academy of Sciences, firmato dal presidente Lincoln.