Dal nuovo report di Greenpeace, che potete leggere interamente qui, nei prodotti da trucco si usano ancora e frequentemente microplastiche e a leggere gli ingredienti che l’organizzazione elenca avere trovato nell’analisi, dettagliata, ci si aspettano delle reazioni da parte dei consumatori ma soprattutto da parte delle industrie produttrici italiane che invece tardano a rispondere.

L’articolo è lungo ma merita di essere riportato in modo approfondito. A voi le considerazioni e buona lettura.

Cosa hanno fatto dunque gli analisti di Greenpeace? Riporto i punti salienti dello studio:

Scrive Greenpeace: “L’industria della cosmetica e del makeup in Italia è un settore produttivo rilevante, responsabile di circa
il 65% della produzione europea e con un notevole numero di aziende e addetti che ne fanno uno dei settori più importanti del Made in Italy.
Greenpeace ha indagato la presenza di ingredienti in plastica nei prodotti per il makeup come fondotinta, ciprie, illuminanti, mascara, rossetti e lucidalabbra. L’indagine ha riguardato 11 marchi presenti sul mercato italiano (Bionike, Deborah, Kiko, Lancôme, Lush, Maybelline, Nyx, Pupa, Purobio, Sephora e Wycon) ed è stata articolata in due fasi: online, in cui sono state verificate le liste degli ingredienti di 672 prodotti di makeup, e in laboratorio per verificare la presenza di microplastiche in 14 prodotti.

Dal controllo delle liste degli ingredienti disponibili sui siti web ufficiali delle aziende è emersa la presenza di ingredienti in plastica nel 79% dei prodotti e tra questi, il 38% è costituito da plastiche in forma solida (note come microplastiche) e il restante da polimeri in forma liquida, semisolida o solubile. Le 5 marche con le percentuali maggiori di prodotti contenenti ingredienti in plastica sono risultate: Lush (99%), Maybelline (85%), Deborah (84%), Sephora (83%) e Wycon (78%) e le categorie merceologiche dove la presenza di materie plastiche è risultata più frequente sono risultate nell’ordine mascara (90%), rossetti e lucidalabbra (85%), fondotinta (74%), illuminanti (69%), e ciprie (43%). L’alta frequenza di prodotti con
plastica dell’azienda Lush è però imputabile a un solo ingrediente: il Polyvinylpyrrolidone o PVP, una plastica liquida già sostituita da alcune aziende.

Considerando che per i polimeri sintetici in forma liquida, semisolida e solubile, ad oggi, non esiste una metodologia analitica che permetta di individuarli, le indagini di laboratorio si sono concentrate sulla verifica della presenza di microplastiche (particelle solide) in 14 prodotti.

I risultati hanno evidenziato la presenza di microplastiche in 10 prodotti: il Polyethylene è risultato presente in 6 prodotti (illuminante 2 Sephora; rossetti Maybelline e Bionike, mascara Kiko, Lancôme e Deborah), il Polymethyl methacrylate in 2 prodotti (illuminante NYX e fondotinta Kiko), il Polyamide/Nylon-12 in 2 cipria (Wycon e Pupa) e il polietilene tereftalato nel mascara Deborah. Inoltre, in 3 prodotti non è stato possibile individuare tutte le microplastiche menzionate nelle liste degli ingredienti probabilmente a causa delle ridotte dimensioni delle particelle o per via della loro combinazione con pigmenti che ne ha reso impossibile l’identificazione.

Le analisi condotte sull’unico prodotto privo di microplastiche (Purobio – Sublime drop foundation, fondotinta) hanno confermato l’assenza di questi ingredienti”.

Si legge, ancora che “Le 5 materie plastiche più frequenti sono risultate: Polyvinylpyrrolidone (PVP) presente in 139 prodotti, seguito da Polyethylene in 132 prodotti, Polybutene in 115 prodotti, Trimethylsiloxysilicate in 78 prodotti e Nylon-12 in 58 dei prodotti. Di queste solo il Polyethylene ed il Nylon 12 sono materie plastiche in forma solida (Figura 1). Il dato più allarmante che spicca tra i risultati di questa parte di indagine è che nei prodotti applicati su occhi e labbra le materie plastiche (solide e non) sono più frequenti”.

Greenpeace precisa che, prima di pubblicare i dati dell’indagine e dei test in laboratorio, “ha inviato una lettera e un questionario a tutte le aziende dei marchi presi in esame, per fornire un quadro esaustivo che tenesse in considerazione anche il punto di vista delle aziende sull’impiego di ingredienti in plastica e verificare l’approccio dei brand riguardo questa tematica. Solo Purobio ha risposto al questionario di Greenpeace confermando di non utilizzare microplastiche nei suoi prodotti mentre tutti gli altri marchi, nonostante i reiterati solleciti, non hanno fornito alcuna risposta”.

L’organizzazione ecologista ha anche chiesto lumi all’associazione di categoria, Cosmetica Italia: “Anche Cosmetica Italia, divisione di Confindustria di cui fanno parte più di 600 aziende italiane e principale organizzazione di categoria, non ha risposto alle richieste formali di Greenpeace riguardo le
politiche sull’utilizzo di ingredienti in plastica. L’associazione industriale di categoria ha ribadito, in una nota stampa del 16 dicembre 2020, l’eliminazione, a partire dal 2015, delle microplastiche dai cosmetici ad azione esfoliante e detergente, il cui uso oggi è peraltro vietato in Italia. La stessa associazione
ritiene che le piccole particelle presenti nei trucchi non finiscano nell’ambiente, ma in dischetti o salviette struccanti utilizzati per rimuovere i prodotti make-up dal viso, poi smaltite con i rifiuti”.

“C’è da chiedersi se chi si strucca alla sera si occupi di differenziare le microplastiche dalle salviette struccanti” ribatte in sintesi l’organizzazione.

L’associazione Cosmetica Italia in realtà  una posizione sul tema delle microplastiche ce l’ha e risale al 16 dicembre scorso cioè prima del report di Greenpeace. Infatti scriveva: “L’industria cosmetica garantisce prodotti sicuri per il consumatore e conferma il suo impegno per la tutela dell’ambiente. Dal 2015 ad oggi eliminato l’utilizzo di microparticelle in plastica nei cosmetici da risciacquo detergenti ed esfolianti.  L’industria cosmetica italiana ed europea ha dei capisaldi che la guidano: la sicurezza dei propri prodotti e la tutela della salute dei consumatori. Questi principi sono garantiti dal Regolamento europeo 1223/2009, grazie al quale, prima dell’immissione sul mercato, tutti i cosmetici sono sottoposti a un’attenta e rigorosa valutazione da parte di esperti qualificati tenendo conto del prodotto finito, della sua composizione e delle normali modalità e frequenze d’uso. Accanto a tali norme, resta ferma l’attenzione verso l’impatto ambientale dei propri prodotti, tanto che l’industria cosmetica condivide gli obiettivi generali finalizzati a ridurre significativamente l’emissione di microplastica nell’ambiente, nonostante il contributo dei cosmetici sia marginale, come anche confermato dall’ECHA 1 nella sua proposta di regolamentazione per l’Unione europea di queste sostanze.
Un esempio concreto che si muove in questa direzione è l’auto-regolamentazione attraverso la quale le aziende cosmetiche si sono rese protagoniste di una iniziativa volontaria che dal 2015 ad oggi ha consentito l’eliminazione di particelle solide in plastica, non biodegradabili nell’ambiente marino, dai cosmetici da risciacquo esfolianti e detergenti. Azioni di grande responsabilità che rischiano di non essere valorizzate a causa di messaggi allarmistici e potenzialmente fuorvianti per il cittadino che sollevano dubbi sulla sicurezza, per l’uomo e per l’ambiente, di cosmetici contenenti polimeri sintetici.
È il caso di una recente campagna di comunicazione incentrata sui prodotti per il trucco, in cui si lasciano presupporre dei legami tra l’utilizzo di questi cosmetici e possibili effetti negativi sulla salute umana e sull’ecosistema marino. Basti però pensare all’immagine comunemente evocata dal gesto dello struccarsi per rendersi conto che i polimeri sintetici contenuti nel make-up non finiscono nei nostri scarichi per poi raggiungere l’ambiente acquatico, in quanto la maggior parte dei consumatori rimuove meccanicamente il trucco con salviette e appositi dischetti che vengono poi smaltiti nel sistema
di raccolta dei rifiuti solidi. La tutela dell’ambiente è un tema complesso che vede coinvolti istituzioni, imprese e cittadini.
L’industria conferma il proprio impegno nel dialogo con il legislatore europeo per una futura regolamentazione efficace e proporzionata rispetto all’obiettivo di salvaguardia dell’ambiente”.