Madame Moreau non riusciva più a dormire. A qualunque ora decidesse di spegnere la luce, dopo un breve sonno si svegliava. Quasi di soprassalto, come se qualcuno o qualcosa la colpisse appena, o uno spirito dispettoso la sfiorasse. Ma per quanto aguzzasse lo sguardo e spalancasse le orecchie, frugando nel buio della sua camera da letto, niente di insolito prendeva consistenza. Cercava la traccia di una luce o di un rumore, ma l’oscurità e il silenzio erano integri e protettivi come sempre. Era sveglia e basta. E a volte non riusciva più a riprendere sonno fino a mattina.
Stabilì che l’insonnia fosse l’inevitabile conseguenza della sua nuova condizione di vita: dormiva nuovamente sola, come da ragazza, e non ci era più abituata. Il marito, con il quale per diversi anni aveva convissuto con sempre maggiore sofferenza, si era finalmente allontanato da casa, in vista di un divorzio considerato inevitabile da entrambi. Per quanto la loro intimità fosse da tempo estinta, monsieur Moreau pretendeva di dormire nel letto matrimoniale, per non dare ai due figli, alla cameriera e ai parenti l’impressione che la loro unione fosse meno che perfetta. Il conformismo era del resto, insieme alla vanità sociale, tra i più vistosi difetti di monsieur Moreau.
Però, ragionandoci meglio, madame Moreau capì ben presto che l’assenza del marito non poteva essere la causa della sua insonnia. Al contrario: la sua sagoma ingombrante, il suo respiro pesante che spesso si mutava in un greve russare, le mancavano quanto una tassa al tartassato, e i tafani al cavallo. Non lo sopportava più, e imputava solo alla sua sciagurata rassegnazione femminile l’avere rimandato così a lungo il momento della liberazione reciproca.
Non si è mai sentito, del resto, che una condizione di sollievo possa nuocere al riposo di qualcuno. Doveva esserci un’altra ragione, che madame Moreau, per giunta, intuiva essere non generica, ma specifica. Qualcosa come una presenza ignota eppure precisa, come lei aveva avvertito nel corso delle sue tormentate notti.
Così, le notti successive, andava a letto determinata a sfruttare ogni interruzione del sonno per indagare sulla ragione che l’aveva prodotta. E ad ogni risveglio rimaneva immobile, con gli occhi sbarrati, quasi trattenendo il respiro, cercando di cogliere nella stanza qualcosa, qualcuno. Lo sguardo e l’udito, l’udito e lo sguardo di madame Moreau per parecchie notti furono le sue sentinelle.
Fu solo dopo qualche notte, mano a mano che gli occhi e le orecchie della signora disperavano di riuscire a smascherare il colpevole, che accadde l’imprevisto. Appena dopo un risveglio particolarmente brusco, quasi violento, si fece strada oltre il buio, oltre il silenzio, o meglio davanti a entrambi, un profumo.
Un profumo nuovo, sconosciuto, mai avvertito prima in quella stanza. Capì che i suoi risvegli erano dovuti alla percezione, per lei sconvolgente, di quel profumo.
Meravigliata dalla scoperta, fino a quel momento preclusa dal continuo pattugliamento degli altri due sensi, la vista e l’udito, madame Fauvre si affidò infine, e per la prima volta, alle sue narici. Come se avesse congedato due detective incapaci, Occhi e Orecchie, per assumere quello giusto: Olfatto.
Scoprendosi finalmente sulla pista decisiva, la signora respirò profondamente l’aria della sua stanza, rimanendo coricata. Il profumo che la svegliava ogni notte era sottile ma tenace. Tenace e sottile come il filo di un aquilone. Per quando rovistasse nel catalogo (quasi infinito) della sua memoria olfattiva, non riusciva a dargli un nome. Non quello di un fiore, non di una persona, di un luogo, di un giorno della sua vita. Non quello di un antico amante, di un figlio piccolo appena uscito insaponato dalla vasca, di una nonna che si incipria. Non il profumo di una spezia, di un cibo, di un armadio, di una bottega, di un giardino, di una casa…
Madame Moreau accese la luce della sua abat-jour e si alzò dal letto. Senza affanno, con la pazienza metodica di chi si sente ormai vicino alla vittoria, cominciò a perlustrare la stanza alla ricerca della fonte di quel profumo. Per prima cosa cercò tra i suoi belletti, appoggiati sul ripiano del trumau e raddoppiati dalla specchiera. Riconobbe uno ad uno i profumi delle sue creme e i profumi dei suoi profumi. Ma non quello che la svegliava di notte.
Aprì l’armadio, anta dopo anta. Frugò tra i suoi vestiti, li scosse, ci affondò il viso per coglierne meglio l’odore. Aprì i cassetti, passò in rassegna la biancheria, i foulard, le cinture, percepì l’aspra sensualità del cuoio, il bouquet troppo vivido dei detersivi, sentì vecchie lavande e vecchie canfore palpitare appena nei loro ultimi sussulti di vitalità, ma non trovò il profumo che inseguiva e che la inseguiva.
Prese ad annusare uno per uno gli oggetti della stanza, ritrovando in alcuni, senza emozione alcuna, traccia della presenza dell’ex marito, in tutti gli altri la scia molteplice della propria esistenza, l’odore delle gomme e della carta sul piccolo scrittoio, l’opaca acredine della polvere lungo le cornici dei quadri, perfino il grato profumo di vecchio che essudava dalle tappezzerie. Ma in nessun oggetto, in nessun luogo scoprì l’origine del misterioso profumo che la destava ogni notte da molte notti.
Ripeté la perquisizione più di una volta, annusò e riannusò quasi ogni centimetro di quel luogo, con il profumo del risveglio sempre infisso nel profondo del cervello, flottante tra i neuroni come un asteroide che attraversa indenne le galassie. Infine, esausta e sconfitta, quando era quasi l’alba e un lucore vaghissimo cominciava a filtrare dai bordi degli scuri, spense la luce e abbandonò il corpo nel letto, sopra la trapunta.
Per quanto spazio avesse a disposizione ora che dormiva da sola, si raggomitolò su se stessa, bisognosa di appartenersi, di sentirsi custodita dalla ritrovata intimità. Raccolse le ginocchia tra le braccia, e appoggiò il capo in mezzo al nido formato dalla sue stesse membra. Occupava, nel grande letto, un piccolo spazio, e pareva, vista dall’alto e con i capelli sciolti, una bambina. Lentamente, mentre la spossatezza la pervadeva e le scioglieva ogni rigidità, ogni tensione, i suoi sensi cominciarono a dimenticare tutto ciò anche avevano appena visto, toccato, annusato. Uno ad uno si spensero i suoi ricettori del mondo. Rimase sola con se stessa, anzi sola in se stessa.
Pochi istanti prima che si addormentasse, le narici di madame Moreau inviarono infine al suo cerebro, che era già quasi nella dimensione dei sogni, la notizia che stava cercando: quel profumo tenace e sottile, quel profumo sconosciuto che la svegliava ogni notte, era il suo. Quel profumo era lei. Scaturiva dalla sua pelle, dal suo corpo, dal suo fiato, dalle gambe ripiegate e dalle braccia chiuse. E come se avesse aperto un libro contemporaneamente in tutte le pagine, le tornarono alla mente, tutte insieme, le tantissime volte che lo aveva già sentito, quel profumo di sé. Quando era ancora ragazza. E il suo infelice matrimonio, il suo talamo inaridito, ancora non lo avevano cancellato.
Al suo risveglio, molte ore dopo, quando già il traffico di Parigi faceva rimbombare le strade, madame Moreau spalancò la finestra di camera sua e respirò a pieni polmoni, insieme a qualche particola di idrocarburi combusti e polveri sospese, il profumo della libertà.

(Racconto breve di Michele Serra, per gentilissima concessione)