Mangiare 12 nocciole al giorno regala 12 anni di vita in più. Idem bere 3 tazze di caffè. Un mandarino, invece, ne aggiunge cinque.
Se però si mangia un uovo al dì vanno levati 6 anni di vita mentre con due fette di pancetta al giorno si può calare perfino un decennio (peggio di quanto non faccia il fumo di sigaretta). Tutto vero?

 

 

Non sto dando i numeri, si tratta di notizie che girano regolarmente sui media a che sono la conclusione di molte ricerche di epidemiologia nutrizionale pubblicate su riviste autorevoli e perciò ritenute affidabili.

Gli esempi che ho appena fatto non sono farina del mio sacco ma sono citati nell’attacco dell’articolo pubblicato recentemente su Jama dai ricercatori della Stanford University che lanciano una accusa precisa a questo genere di scoperte.

Dicono i ricercatori californiani che fare questi conti sulla base di associazioni, studi di coorte di tipo prospettico e meta analisi (che confrontano dati di gruppi di popolazione sana con quella malata), è sbagliato. Le indagini criticate infatti vanno alla ricerca di un ago in un pagliaio in mezzo ad oltre 250.000 cibi diversi, 300.000 componenti, più di 500 diversi polifenoli, ad esempio. A cui sommare una pletora di contaminanti, molecole chimiche sconosciute, metodi di cottura, età, background genetico, profili metabolici e inquinamento ambientale.

Spiega John Ioannidis, dello Stanford Research Center e Meta Research Innovation Center : “Non sono studi che indagano i meccanismi di causa ed effetto e creano confusione anche nella popolazione”. Buona parte di queste ricerche, si legge nella lettera, contiene una grande quantità di ‘bias’ cioè distorsioni ed errori nei metodi e ‘falsi positivi’ (si ritiene vero ciò che non lo è) nei risultati.

Sostiene Ioannidis: “Alcuni scienziati pensano che queste ricerche possano rappresentare scoperte utili per la politica sanitaria e per stilare linee guida ma il quadro attuale difficilmente si concilia con buoni principi scientifici. Ci sono troppe variabili ed errori e il campo ha urgente bisogno di essere riformato. Dichiarando ad esempio e in modo erroneo, che un particolare cibo riduce del 56 % il rischio di morte per qualsiasi causa, l’indagine viene ripresa dai media raggiungendo così buon parte della popolazione che si confonde e, come reazione, abbandona i consigli medici”.


Come risolvere? Ridisegnando i processi di indagine e di creazione delle linee guida lavorando in modo scientificamente corretto, si legge su Jama.

Per adesso se da una parte questo tipo di ricerche vuole fare luce su menù ideali da contrapporre a cibi ritenuti tossici per la salute dall’altra fomenta falsi miti su singoli nutrienti promuovendoli ad elisir di lunga vita quali probabilmente non sono, si legge su Jama.

L’ho raccontato anche su La Repubblica di oggi.